Un esempio di lavoro con il metodo TIST perché mi allontano quando qualcuno si interessa a me

Un esempio di lavoro con il metodo TIST: perché mi allontano quando qualcuno si interessa a me?

Nel TIST (Trauma-Informed Stabilization Treatment), il bisogno di allontanarsi quando qualcuno si avvicina può essere esplorato come una possibile risposta protettiva, senza presumere che derivi necessariamente da un trauma.

Può sembrare una contraddizione difficile da spiegare: desiderare la vicinanza di una persona e, proprio quando questa si avvicina, sentire il bisogno di prenderne le distanze.

È un’esperienza che può lasciare confusi e che può presentarsi in persone con storie ed esperienze di vita molto diverse.

E se da una parte c’è il desiderio di sentirsi considerati, compresi e importanti per qualcuno, dall’altra, quando arriva quel messaggio affettuoso, una richiesta di vedersi o una domanda più personale, può comparire nella persona una forte sensazione di pressione:

“Ecco, adesso si aspetta qualcosa da me. Devo rispondere. Devo spiegarmi. Forse mi ritroverò a raccontare più di quanto vorrei davvero.”

A quel punto, allontanarsi può sembrare il modo più immediato per ridurre quella pressione.

Nel mio lavoro psicoterapeutico mi capita di incontrare situazioni in cui il problema non è necessariamente la mancanza di desiderio di vivere relazioni significative. Al contrario, la persona può desiderare molto relazioni significative e, allo stesso tempo, vivere alcuni momenti di vicinanza come una minaccia alla propria libertà di scegliere, di esprimere bisogni e opinioni o di porre limiti.

Come psicologo per trauma a Bologna, in questo articolo vorrei mostrare, attraverso un caso composito costruito esclusivamente a scopo divulgativo, come può essere esplorata una situazione di questo tipo attraverso alcuni principi del Trauma-Informed Stabilization Treatment (TIST), il modello sviluppato da Janina Fisher.

Il TIST nasce soprattutto per il lavoro con persone che presentano conseguenze complesse di traumi prolungati, in particolare precoci. Riconoscersi nel bisogno di prendere distanza nelle relazioni non significa quindi, di per sé, che il TIST sia necessariamente il trattamento indicato o che sia presente una storia traumatica.

Ci tengo a specificare che il caso è inventato: personaggio, storia relazionale, scene, dialoghi e caratteristiche cliniche sono costruiti e simulati e non sono riconducibili a una persona reale.

Il mio obiettivo, infatti, non è mostrare il trattamento di un paziente specifico, ma rendere comprensibile il modo in cui un terapeuta può esplorare e affrontare con il proprio paziente questo tipo di esperienza.

Modello TIST e causa: quando un messaggio affettuoso diventa una pressione?

Immaginiamo una persona adulta, che chiamerò Anna.

Anna lavora, ha una vita abbastanza organizzata e mantiene diverse relazioni. Non si considera una persona disinteressata agli altri; anzi, è abbastanza socievole e alla mano. Vorrebbe però avere anche rapporti più profondi e sentirsi più vicina alle persone a cui tiene.

Una sera riceve un messaggio da un’amica:

“Mi farebbe piacere vederti. Ti va di prendere un caffè insieme questa settimana?”

È un messaggio apparentemente semplice, cordiale e affettuoso.

Anna, però, non sente soltanto piacere.

Avverte una tensione alle spalle. Comincia a pensare a come rispondere. Le viene il dubbio che l’amica voglia parlarle di qualcosa. Pensa che, se accetterà, dovrà essere disponibile, raccontare come sta, forse affrontare una conversazione che non desidera.

Nella sua mente compare rapidamente un pensiero:

“Adesso si aspetta qualcosa da me.”

Le arriva una sensazione di ansia, insieme a una certa irritazione.

Poi compare un impulso che si traduce in una risposta comportamentale molto concreta: prendere le distanze.

Inizialmente decide di rimandare la risposta.

Il giorno dopo continua a pensarci. Alla fine, la sua sensazione d’ansia prevale: scrive che in questo periodo è molto impegnata e che riusciranno sicuramente a vedersi più avanti, le scriverà lei non appena sarà un attimo più libera.

Nel momento in cui invia il messaggio, Anna può provare sollievo.

La pressione diminuisce.

Ma qualche ora dopo può arrivare un’altra sensazione: solitudine, dispiacere, oppure autocritica.

“Perché faccio sempre così? Quando qualcuno si interessa a me, scappo, mi nego. Temporeggio…”

Ci terrei a porre l’attenzione del lettore su un aspetto fondamentale: la sequenza appena descritta è interessante perché ci mostra che l’allontanamento non è necessariamente privo di una funzione.

Può avere un vantaggio immediato: ridurre la sensazione di pressione.

Il problema è che quello stesso comportamento può avere un costo nel medio periodo: la relazione si impoverisce, il bisogno di vicinanza rimane insoddisfatto e la persona può iniziare a considerarsi incapace di stare nelle relazioni e, in alcuni casi, ridurre progressivamente le occasioni di vicinanza, contribuendo a forme di isolamento sociale.

Partiamo dalle basi del metodo TIST: proviamo a ricostruire cosa succede

Quando lavoro su una situazione di questo tipo con il metodo TIST, uno dei primi passaggi consiste nel rallentare la sequenza per esaminarla con la lente di ingrandimento.

Con la paziente, o con il paziente che sta vivendo una situazione simile a quella di Anna, non parto necessariamente dalla domanda: “Perché fai questo?”

È spesso più utile essere concreto e osservare che cosa accade esattamente.

Nella ricostruzione, possiamo distinguere almeno cinque elementi fondamentali:

    • la situazione esterna;
    • i pensieri o le interpretazioni;
    • le emozioni;
    • le sensazioni corporee;
    • gli impulsi ad agire.

Nel nostro caso:

Situazione: una persona importante (o comunque cara) propone di vedersi.

Pensiero: “Adesso si aspetta qualcosa da me.”

Emozioni: ansia e irritazione.

Corpo: tensione alle spalle, agitazione.

Impulso: interrompere la conversazione, rimandare, allontanarsi, non rispondere.

Questa ricostruzione non è esclusiva del TIST. Nel lavoro TIST può però costituire un punto di partenza per riconoscere gli stati interni e le risposte protettive che si attivano nel presente, prima di essere automaticamente guidati da esse.

Questa distinzione può sembrare molto semplice, ma permette di introdurre una differenza importante.

Il messaggio dell’amica è un fatto.

«Adesso si aspetta qualcosa da me» è invece un’interpretazione che Anna formula a partire da ciò che sta accadendo.

Il pensiero di Anna, comunque, non va invalidato: infatti, questo non significa che la sua interpretazione sia necessariamente sbagliata. Potrebbe davvero esserci un’aspettativa dall’altra parte. Una persona potrebbe effettivamente essere insistente, non rispettare un rifiuto o pretendere una disponibilità che non vogliamo concedere.

Per questo, nel lavoro clinico, è importante non trasformare automaticamente ogni disagio relazionale in una conseguenza di un trauma.

Prima di tutto bisogna considerare che cosa sta realmente accadendo nella relazione attuale.

Entrare nel vivo del metodo TIST: esplorare come la vicinanza può aver assunto il significato di «obbligo»

Per comprendere meglio quello che succede ad Anna, possiamo anche provare a immaginare una parte della sua storia.

Nella storia costruita per questo caso, immaginiamo infatti che Anna sia cresciuta in un contesto nel quale l’interesse e la vicinanza delle persone importanti erano spesso accompagnati da aspettative molto alte e richieste costanti.

Quando raccontava qualcosa di personale, infatti, soprattutto in famiglia, era spesso esposta a critiche, riceveva consigli non richiesti e insistenti o domande alle quali non desiderava rispondere.

Quando esprimeva un desiderio diverso da quello atteso dalle persone significative o provava a dire di no, poteva invece incontrare disappunto, colpevolizzazione o una marcata freddezza da parte dell’altro.

Nel tempo, infatti, ha imparato ad adeguarsi e a prestare molta attenzione alle reazioni dell’altro.

Non ha necessariamente imparato che la vicinanza sia qualcosa di negativo, può aver appreso progressivamente, anche senza formularlo in modo esplicito, qualcosa di più sottile:

“Essere vicini a qualcuno significa anche dover dare qualcosa che l’altra persona si aspetta da me”.

Che sia disponibilità.

Che siano spiegazioni.

Che si tratti di obbedienza.

O venga richiesta rassicurazione…

La difficoltà non sarebbe soltanto quella di «stare vicino agli altri».

Sarebbe riuscire a essere vicini agli altri sentendosi comunque liberi di avere bisogni, opinioni e limiti propri.

Questa distinzione è importante.

Se una persona cresce facendo ripetutamente esperienza del fatto che esprimere un limite o una contrarietà porta a critiche, freddezza o conflitto, può diventare molto attenta ai segnali dell’altro.

Può imparare a chiedersi rapidamente che cosa l’altra persona si aspetti da lei e che cosa potrebbe accadere se non si adeguasse.

Nel caso costruito di Anna, questo apprendimento potrebbe essere sintetizzato così:

vicinanza → aspettativa → rischio di disapprovazione → necessità di adeguarsi.

Non si tratta necessariamente di una convinzione formulata a parole: se radicata negli anni può diventare una risposta automatizzata, che si attiva rapidamente prima di una riflessione pienamente consapevole.

E così, molti anni dopo, un messaggio apparentemente semplice può assumere un significato molto più ampio:

“Adesso dovrò esserci.”

“Dovrò raccontare.”

“Dovrò accontentarla.”

“Se metto un limite, ci rimarrà male.”

In questi casi, la persona può reagire prima ancora di avere avuto il tempo di chiedersi che cosa stia realmente chiedendo l’altra persona  o di valutare la richiesta alla luce di ciò che sta realmente accadendo nel presente.

Nelle persone con quadri post-traumatici legati a esperienze avverse precoci, la letteratura descrive possibili difficoltà nella regolazione emotiva e interpersonale e, in alcuni casi, sintomi dissociativi. Questo, tuttavia, non permette di dedurre che una specifica difficoltà nella vicinanza relazionale derivi necessariamente da un trauma.

Tuttavia, il collegamento tra queste esperienze e una specifica difficoltà relazionale deve essere valutato caso per caso: il disagio davanti alla vicinanza, da solo, non dimostra l’esistenza di un trauma.

Nel caso di Anna, quindi, questa sarebbe una formulazione clinica da verificare, non una spiegazione stabilita in anticipo.

Vuoi comunque approfondire l’argomento? Ti invito a leggere anche il mio articolo dedicato a come affronto la terapia del trauma complesso a Bologna con il metodo TIST.

Il metodo TIST messo in pratica. “Una parte di me vuole avvicinarsi e un’altra vuole scappare”.

A questo punto può diventare utile introdurre il linguaggio delle parti.

Il linguaggio delle parti può essere molto semplice: serve a rappresentare un conflitto interno che può essere presente anche senza una diagnosi dissociativa.

Nel caso di Anna potremmo arrivare a dire:

“Una parte di me vorrebbe vederla.”

“Un’altra parte pensa che poi dovrò essere disponibile.”

“E un’altra ancora vuole soltanto scappare.”

Possiamo così distinguere:

    • una risposta orientata alla vicinanza e all’attaccamento, che desidera il rapporto;
    • una risposta di compiacenza o sottomissione, che cerca di evitare disapprovazione e conflitto;
    • una risposta di fuga o distanza, che cerca di sottrarsi alla pressione;
    • una risposta più combattiva o irritata, orientata a proteggere autonomia e confini.

Queste descrizioni hanno una funzione clinica e non indicano personalità separate o categorie diagnostiche.

Nel TIST si lavora anche a differenziare queste risposte dal sé adulto, cioè dalla capacità della persona, nel presente, di osservare ciò che si attiva, riflettere e scegliere senza essere automaticamente guidata dall’impulso del momento.

Nel TIST questo linguaggio viene utilizzato per differenziare le risposte automatiche dalla persona nel suo insieme e per comprendere i comportamenti come possibili strategie di protezione.

Per esempio, anziché dire:

“Io sono una persona che fugge dalle relazioni”

possiamo arrivare a osservare:

“C’è una risposta dentro di me che, quando percepisce un’aspettativa, cerca rapidamente la distanza.”

La differenza può essere significativa e cambiare totalmente la prospettiva delle cose.

La prima frase definisce la persona.

La seconda descrive un’esperienza che la persona può osservare.

È importante, però, non trasformare questa metafora in una classificazione rigida.

Dire “una parte di me vuole allontanarsi” può aiutare a comprendere un’esperienza, ma non significa automaticamente:

“Ho un disturbo dissociativo o un trauma.”

Dal giudizio alla comprensione

Una delle conseguenze più dolorose di questo tipo di esperienza è l’autocritica.

La persona può arrivare a pensare:

“Sono incapace di avere rapporti.”

“Non riesco a farmi voler bene.”

“Quando qualcuno si avvicina, rovino tutto.”

Nel lavoro con il TIST provo a costruire una formulazione diversa.

Non significa giustificare qualsiasi comportamento.

Significa chiedersi:

“A cosa serve questa reazione?”

Nel caso di Anna, la distanza sembra avere una funzione precisa: proteggerla dalla sensazione di essere obbligata a compiacere qualcuno andando anche oltre la propria volontà.

Questo cambia il modo di guardare al problema.

Da:

«Sono sbagliata perché mi allontano.»

a:

«Mi accorgo che una parte di me cerca distanza quando teme di perdere la possibilità di scegliere o quando teme di perdere identità e libertà.”»

La seconda formulazione non elimina automaticamente la difficoltà.

Ma crea uno spazio di manovra per riflettere e poi per lavorarci su.

Uno spazio che è clinicamente importante, dunque, perché permette di osservare la reazione invece di essere completamente guidati da essa, evitando così di reagire di impulso.

In questa prospettiva, una risposta che oggi crea sofferenza può essere considerata anche come una strategia protettiva appresa.

Non dobbiamo per questo concludere che sia sempre stata inutile o che oggi sia sempre dannosa.

Possiamo chiederci piuttosto:

«Da che cosa sta cercando di proteggermi la mia reazione?»

E subito dopo:

«Questa protezione mi serve davvero, in questa situazione specifica?»

Applicare al meglio il METODO TIST: capiamo cosa significa “stabilizzare” nel presente?

Un altro principio importante è non dare per scontato che sia sempre utile approfondire immediatamente le esperienze dolorose del passato.

Nel TIST la stabilizzazione occupa quindi un ruolo importante. Questo non significa, però, che una fase preliminare di stabilizzazione sia necessaria per ogni persona che ha vissuto un trauma o presenta PTSD: indicazioni, tempi e modalità del trattamento devono essere valutati sul singolo caso.

Se la persona è molto attivata in questo tipo di risposte, può diventare difficile riflettere su quello che sta accadendo.

Per questo, prima di andare più in profondità, potrei chiedere al paziente:

“In questo momento riesci ancora a osservare quello che sta succedendo oppure senti che l’emozione sta prendendo completamente il controllo?”

Oppure:

“Mentre ne parliamo, quanto ti senti presente qui, nella stanza?”

Se necessario possiamo rallentare.

Possiamo guardare l’ambiente, notare dove siamo, sentire i piedi appoggiati a terra, osservare il respiro senza cercare necessariamente di modificarlo.

L’obiettivo è recuperare una condizione nella quale la persona possa osservare, pensare e scegliere.

La stabilizzazione, quindi, significa costruire sufficienti risorse per affrontare le situazioni difficili senza esserne completamente travolti.

Metodo TIST, mindfulness e risposte protettive: un esempio pratico

Traduciamo in una scena semplice alcuni passaggi del TIST:

  1. riconoscere, nella formulazione condivisa, una risposta protettiva appresa;
  2. osservarla come una parte dell’esperienza;
  3. comprenderne lo scopo con maggiore empatia.

Immaginiamo dunque di tornare un attimo al messaggio che l’amica ha inviato ad Anna.

Durante una seduta potrei chiederle:

“Quando immagini di rispondere al messaggio, che cosa noti?”

Anna potrebbe rispondere:

“Sento subito tensione. Mi viene voglia di non rispondere.”

A quel punto potrei chiedere:

“Se osserviamo quella reazione senza cercare di eliminarla, che cosa sembra voler ottenere?”

Anna potrebbe riflettere:

“Forse vuole evitare che io mi senta obbligata.”

E allora potremmo verificare insieme:

“Ti torna l’idea che una parte di te tema di non poter più dire di no, una volta che l’altra persona si avvicina?”

La domanda è intenzionalmente formulata come un’ipotesi: attenzione, non sto dicendo ad Anna che questa è la spiegazione.

Sto verificando se quella lettura le permette di comprendere meglio ciò che accade.

Questo aspetto per me è fondamentale, anche quando mi occupo di terapia psicologica per l’ansia.

La psicoeducazione non dovrebbe diventare una nuova forma di controllo in cui il terapeuta assegna alla persona un significato dall’esterno.

La formulazione deve rimanere condivisa, verificabile e modificabile.

Come lo psicologo può applicare il metodo TIST per far diventare la relazione con il terapeuta parte del lavoro

C’è poi un passaggio particolarmente interessante su cui voglio focalizzarmi.

Se Anna vive l’interesse degli altri come una pressione, è possibile che qualcosa di simile accada anche durante la terapia.

Potrei farle, ad esempio, una domanda e vedere che esita.

Invece di interpretare immediatamente l’esitazione, potrei chiedere:

“Mi chiedo se questa domanda ti abbia fatto sentire che dovevi rispondere in un certo modo. È possibile?”

Anna potrebbe rispondere:

“Sì. In realtà non volevo parlarne, ma mi sembrava che ricevere comunque una risposta fosse quello che lei si aspettava.”

Questo momento può diventare molto importante, perché la terapia non consiste soltanto nel parlare della capacità di mettere confini.

Può diventare un luogo nel quale fare esperienza concreta del fatto che un confine può essere espresso e rispettato.

Potrei quindi rispondere:

“Puoi dirmi tranquillamente che non vuoi parlarne. Non è necessario che tu accetti ogni domanda che ti faccio.”

La collaborazione terapeutica non significa che la persona debba dire sempre sì, anzi, per alcune persone, imparare che hanno tutto il diritto di correggere il tiro del terapeuta secondo le proprie esigenze, fermarsi, cambiare argomento o dire “questa cosa non mi va” può essere una parte significativa del lavoro.

In questo senso, il confine non viene soltanto spiegato, ma viene sperimentato nella relazione.

Ma l’altra persona è davvero invadente?

C’è un’altra domanda che considero indispensabile.

Se Anna riceve un messaggio e prova immediatamente la sensazione di essere obbligata, non dobbiamo concludere automaticamente che quella sensazione derivi dal passato.

Potrebbe essere che l’amica stia davvero esercitando una pressione emotiva su di lei.

Potrebbe essere insistente dopo un rifiuto.

Potrebbe chiedere spiegazioni che Anna non vuole dare.

Potrebbe non rispettare i suoi tempi o l’importanza dei suoi impegni.

In quel caso, prendere distanza o stabilire un limite potrebbe essere una risposta adeguata alla situazione presente.

Per questo il lavoro terapeutico deve mantenere contemporaneamente due domande:

«Che cosa si sta attivando dentro di me?»

e

«Che cosa sta realmente accadendo tra me e l’altra persona?»

Non vogliamo insegnare alla persona a dubitare sistematicamente delle proprie percezioni. Il lavoro consiste piuttosto nell’aiutarla a distinguere ciò che sente, ciò che interpreta e ciò che sta effettivamente accadendo nella relazione presente.

Se l’altra persona sta oltrepassando un confine, è importante avere gli strumenti giusti per poterlo riconoscere.

Se invece il senso di obbligo compare anche quando l’altro sta rispettando pienamente la nostra libertà, possiamo, invece, esplorare che cosa lo alimenta.

In entrambi i casi, l’obiettivo è aumentare la possibilità del paziente di scegliere con maggiore consapevolezza e aderenza alla situazione presente.

Ottenere il meglio dal metodo TIST: collegare la comprensione a possibilità concrete nella vita quotidiana

A questo punto possiamo collegare la comprensione a situazioni concrete della vita quotidiana.

Ovviamente, il risultato che vogliamo raggiungere non è trasformare Anna in una persona che accetta ogni invito, sarebbe una conclusione paradossale.

Se il problema è la sua sensazione di non poter scegliere, la direzione del lavoro dovrebbe essere esattamente opposta: aumentare la possibilità di scegliere.

Potremmo quindi concordare piccoli esperimenti.

Per esempio:

    • rispondere a un messaggio senza scrivere una lunga giustificazione;
    • proporre un incontro più breve quando anche solo sedersi per un caffè sembra troppo impegnativo;
    • lavorare sull’assertività quando serve e imparare a dire apertamente “di questo argomento preferisco non parlare”;
    • declinare un invito e osservare che cosa accade, senza assumere in anticipo che la relazione si interromperà;
    • chiedere tempo prima di rispondere (es. «Posso darti una risposta domani?»);
    • verificare se l’altra persona sta realmente esercitando pressione oppure se la sensazione di obbligo è comparsa prima ancora che succedesse qualcosa.

Questi interventi possono essere integrati con strumenti cognitivo-comportamentali e metacognitivi, approcci che uso regolarmente nel mio metodo pratico psicologico.

Per esempio, possiamo lavorare sulle interpretazioni automatiche, sugli evitamenti e sui comportamenti che mantengono il problema.

Il contributo del TIST, in questo caso, può essere quello di aggiungere una prospettiva sulle strategie protettive: non limitarsi a chiedere “come posso eliminare questa reazione?”, ma anche “che cosa sto cercando di proteggere?”.

Le due prospettive non sono necessariamente in conflitto, anzi: scoprire di fatto come possono integrarsi per aumentare la flessibilità della persona potrebbe essere la soluzione ideale.

Se la distanza è stata una protezione, oggi può diventare una scelta

Una strategia può avere avuto senso nel momento in cui si è sviluppata e, contemporaneamente, creare problemi nel presente.

Nel caso costruito di Anna, allontanarsi sembra aver avuto una funzione: recuperare rapidamente la sensazione di non essere obbligata.

Oggi, però, la stessa risposta potrebbe comparire anche davanti a una persona che non sta esercitando alcuna pressione.

La difficoltà nasce allora dal fatto che la reazione protettiva può comparire prima che Anna abbia avuto il tempo di valutare la situazione attuale.

Il lavoro non consiste nel convincerla che la sua reazione è sbagliata.

Consiste nel creare uno spazio nel quale possa verificare:

“Questa persona mi sta davvero chiedendo qualcosa che non voglio dare?”

“Posso dire di no?”

“Come reagisce quando pongo un limite?”

“Posso restare in relazione anche se non soddisfo ogni aspettativa?”

“In questa situazione voglio davvero allontanarmi oppure sto cercando soltanto di liberarmi dalla sensazione di essere obbligata?”

Queste domande trasformano progressivamente la distanza da una risposta automatica in una possibilità tra le altre.

Trauma-Informed Stabilization Treatment e fine del percorso terapeutico: che cosa cercherei di ottenere nel percorso con un paziente?

In un caso come quello descritto non inventerei risultati clinici né stabilirei a priori quanto tempo dovrebbe essere necessario per cambiare.

Gli obiettivi che potremmo definire insieme sarebbero osservabili e progressivi.

Per esempio:

    • riconoscere prima i segnali di attivazione;
    • distinguere una situazione realmente pressante da una situazione che viene percepita come obbligante;
    • ridurre l’autocritica nei confronti delle proprie reazioni;
    • riconoscere la funzione protettiva della distanza senza doverla necessariamente mettere in atto;
    • riuscire a tollerare una certa vicinanza senza perdere la percezione dei propri confini;
    • comunicare un limite senza dover interrompere automaticamente la relazione;
    • aumentare la possibilità di scegliere tra avvicinarsi, allontanarsi o trovare una via intermedia.

La ricerca sugli interventi rivolti a trauma complesso, dissociazione e difficoltà correlate continua a evolvere.

Le evidenze specifiche sul TIST rimangono ancora limitate rispetto a quelle disponibili per alcuni trattamenti focalizzati sul trauma maggiormente studiati. Per questo è importante distinguere il razionale clinico del modello dalla quantità e qualità delle prove empiriche disponibili sulla sua efficacia.

Le linee guida sul PTSD distinguono inoltre gli interventi in base alla quantità e qualità delle evidenze disponibili; il TIST non va quindi presentato come equivalente, sul piano dell’evidenza empirica, ai trattamenti maggiormente studiati per il PTSD. Questo rende importante mantenere una distinzione tra la plausibilità e l’utilità clinica di una cornice terapeutica e la quantità e qualità delle prove disponibili per quella specifica cornice.

Vicinanza non significa rinunciare alla propria libertà

Tornando ad Anna, il punto di arrivo non sarebbe convincerla che deve essere più disponibile.

Non sarebbe neppure insegnarle ad allontanarsi meglio.

L’obiettivo sarebbe ampliare lo spazio tra ciò che sente e ciò che fa.

Poter sentire il desiderio di avvicinarsi.

Poter sentire anche la paura di essere invasa.

Poter riconoscere la parte che vuole proteggersi.

Poter verificare che cosa sta realmente accadendo nella relazione.

E, soprattutto, poter decidere.

Forse la frase che riassume meglio questo percorso è proprio questa:

“Posso proteggere i miei confini anche restando in relazione.”

Non è necessario scegliere tra vicinanza e autonomia.

Una relazione sufficientemente sicura dovrebbe dare spazio a entrambe le cose.

Anche tu, a volte, senti l’istinto di allontanarti proprio quando qualcuno ti offre affetto, vicinanza o attenzione?

Se ti riconosci in questo meccanismo e vuoi comprendere meglio come funziona e che cosa può mantenerlo, possiamo esplorarlo insieme all’interno di una valutazione psicologica.

Sono Luca Morselli, psicologo e psicoterapeuta, e lavoro in studio a Bologna e online. Se senti che questa difficoltà sta interferendo con le tue relazioni o con il tuo benessere, puoi richiedere un primo colloquio di valutazione.

Queste informazioni non sostituiscono una valutazione professionale in studio.

Ulteriore nota sul caso clinico

Il caso presentato in questo articolo è un caso composito costruito a scopo esclusivamente divulgativo. Personaggio, storia relazionale, esperienze di crescita, scene, dialoghi e caratteristiche cliniche sono interamente simulati e non sono riconducibili a una persona reale.

Anche la storia relazionale descritta è stata costruita per illustrare il possibile collegamento tra esperienze ripetute, significati appresi e reazioni nel presente. Non vuole suggerire che tutte le persone che vivono disagio davanti alla vicinanza abbiano necessariamente vissuto esperienze traumatiche.

Gli esempi di dialogo hanno la funzione di illustrare alcuni principi del lavoro terapeutico e non costituiscono la descrizione di una seduta realmente avvenuta.

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Immagine di Dott. Luca Morselli

Dott. Luca Morselli

Luca Morselli è psicologo e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale a Bologna e online. Si occupa principalmente di ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, pensieri ripetitivi, perfezionismo, difficoltà relazionali e conseguenze del trauma. Integra l’approccio cognitivo-comportamentale con modelli metacognitivi, evolutivi e informati sul trauma. È iscritto all’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, sezione A, n. 9339.