Come il trauma infantile può influenzare la vita adulta e le relazioni interpersonali

Come il trauma infantile può influenzare la vita adulta e le relazioni interpersonali?

Il trauma infantile può influenzare regolazione emotiva, autostima e relazioni adulte, ma gli effetti variano da persona a persona e non determinano inevitabilmente il futuro.

Nel mio lavoro clinico quotidiano, seduto in quello spazio protetto che è il mio studio, mi capita spesso di osservare il presente dei miei pazienti come se fosse una tela complessa, i cui fili visibili – che intessono sensazioni d’ansia, una crisi di coppia, un senso cronico di inadeguatezza – sembrano non avere una spiegazione logica.

Eppure, basta tirare delicatamente una delle estremità per scoprire che le radici del loro disagio affondano in un passato molto lontano, in terre sommerse della memoria che credevano di aver dimenticato o archiviato.

Quando nominiamo il trauma infantile, la mente si figura quasi sempre immagini estreme, eventi catastrofici, abbandoni fragorosi o episodi di violenza.

È il cosiddetto trauma di tipo I (Type I trauma). Questa distinzione, proposta dalla psichiatra Lenore Terr, separa gli eventi singoli e improvvisi dai traumi di tipo II (Type II trauma o developmental trauma), associati a esperienze ripetute o prolungate, che in alcuni casi possono contribuire allo sviluppo di quadri traumatici complessi. Si tratta di una classificazione descrittiva utile, ma non corrisponde, da sola, a una diagnosi clinica attuale.

Anche l’espressione “trauma evolutivo” viene utilizzata per descrivere le possibili conseguenze di esperienze avverse avvenute durante lo sviluppo, ma non indica automaticamente la presenza di uno specifico disturbo.

Il trauma infantile può riguardare sia ciò che è accaduto, come violenze, perdite o eventi minacciosi, sia ciò che è mancato, come protezione, disponibilità emotiva e risposte adeguate ai bisogni del bambino.

Come psicologo e psicoterapeuta a Bologna, l’interrogativo che più frequentemente mi viene posto, pronunciato con un misto di sfinimento e profonda frustrazione, è: “Perché reagisco così?” Un interrogativo che ne sottende molti altri:

  • Perché mi trovo a sabotare l’unica relazione che desideravo davvero?
  • Perché non riesco a fidarmi, pur volendolo con ogni parte di me?
  • Perché non riesco a vivere?

La risposta non risiede in una mancanza di volontà o in un misterioso difetto di carattere.

Può risiedere, almeno in parte, nel modo in cui le esperienze infantili hanno influenzato i sistemi di risposta allo stress, la regolazione emotiva e le aspettative sviluppate nelle relazioni. Strategie un tempo protettive possono continuare ad attivarsi anche quando il contesto presente è diventato più sicuro.

In sintesi

  • Il trauma infantile può derivare da eventi acuti oppure da esperienze relazionali avverse ripetute.
  • Può associarsi a ipervigilanza, difficoltà emotive, vergogna, evitamento o bisogno intenso di rassicurazioni.
  • Nelle relazioni adulte può influenzare fiducia, intimità, comunicazione e gestione dei conflitti.
  • Questi segnali non dimostrano, da soli, la presenza di un trauma o di un disturbo post-traumatico.
  • Gli schemi appresi possono cambiare attraverso nuove esperienze relazionali e, quando indicato, un percorso psicoterapeutico.

La neurobiologia del trauma infantile ed evolutivo: quando il cervello impara a sopravvivere

Durante l’infanzia, il cervello è in una fase di estrema plasticità. I circuiti neurali deputati alla regolazione emotiva e alla percezione del pericolo si sviluppano in stretta sintonia con l’ambiente circostante.

Se il bambino sperimenta un ambiente imprevedibile, minaccioso o emotivamente vuoto, l’amigdala (il nostro “radar” del pericolo) rimane in uno stato di iperattivazione cronica, mentre la corteccia prefrontale – l’area responsabile del pensiero logico, della modulazione degli impulsi e della valutazione realistica del rischio – fatica a inibire le risposte di emergenza (attacco, fuga, congelamento o sottomissione: fight, flight, freeze, fawn).

Nel soggetto adulto, questo si traduce in una disregolazione affettiva di base: la persona può sentirsi costantemente “sull’orlo del baratro”, reagire a stimoli neutri come a minacce mortali (attivando risposte emotive in presenza di determinati trigger) oppure sperimentare un distacco dissociativo, anestetizzando ogni sensazione corporea ed emotiva per non sentire il dolore.

Se vuoi approfondire i sintomi principali del trauma psicologico, clicca sul link: ne ho parlato in modo più dettagliato all’interno dell’articolo.

Come il trauma infantile modella il comportamento del bambino?

L’impatto del trauma non attende l’età adulta per manifestarsi; esso plasma in tempo reale il mondo interno e il comportamento del bambino, trasformando una fase della vita che dovrebbe essere dedicata all’esplorazione, alla spensieratezza e alla crescita in un esercizio quotidiano e logorante di sopravvivenza.

È importante precisare che nessuno di questi comportamenti è specifico del trauma. Iperattività, oppositività, ritiro, difficoltà scolastiche o bisogno di rassicurazione possono avere origini differenti e devono essere compresi considerando età, temperamento, ambiente familiare ed eventuali condizioni psicologiche o del neurosviluppo.

Quando l’ambiente in cui un bambino cresce è imprevedibile, minaccioso o emotivamente desertico, il bambino non possiede ancora le categorie mentali o cognitive per elaborare il dolore: la sua unica risorsa immediata è l’adattamento comportamentale.

È proprio in questo delicato crocevia evolutivo che vediamo emergere segnali profondi, spesso tragicamente fraintesi o etichettati in modo sbrigativo come “semplice cattiva condotta”, “ribellione” o un “carattere intrattabile”.

Un bambino esposto a esperienze relazionali avverse può mostrarsi iperattivo, oppositivo o costantemente in allerta. In alcuni casi, questi comportamenti possono rappresentare tentativi di anticipare il pericolo o mantenere un senso di controllo, ma non costituiscono segnali inequivocabili di trauma relazionale.

Oppure, al contrario, può sviluppare un atteggiamento esasperatamente sommesso, facendosi incredibilmente quieto, compiacente e invisibile: un piccolo adulto che si carica sulle spalle la cura emotiva dei genitori, spegnendo i propri bisogni pur di garantirsi un briciolo d’amore o di stabilità.

In altri momenti ancora, sopraffatto da un terrore senza nome e privo di una via di fuga, il bambino sperimenta risposte di “congelamento” (il cosiddetto freezing) o di dissociazione: lo si vede assentarsi con lo sguardo, diventare improvvisamente apatico, smemorato o incapace di concentrarsi a scuola.

Nella mia esperienza come psicologo per traumi a Bologna, ho compreso che dietro ogni reazione d’ira sproporzionata, ogni silenzio ostinato, ogni ansia da prestazione precoce o ogni richiesta ossessiva di attenzione non c’è mai un capriccio immotivato.

C’è il linguaggio disperato di un corpicino sopraffatto che cerca, con le unghie e con i denti, di ristabilire un effimero controllo all’interno di un mondo percepito troppo presto come ostile e inaffidabile.

L’impatto del trauma infantile sulla vita adulta

Il bambino traumatizzato adotta strategie di adattamento necessarie per sopravvivere in un contesto ostile. Tuttavia, ciò che era funzionale a sei anni per garantirsi l’accettazione (o la sopravvivenza fisica e psicologica) al cospetto dei genitori o all’interno dell’ambiente familiare, diventa altamente disfunzionale nell’età adulta.

Ipervigilanza e bisogno di controllo

La persona può monitorare l’ambiente, il tono di voce e il comportamento altrui alla ricerca di segnali di rifiuto, conflitto o pericolo. Questo stato di allerta può rendere difficile rilassarsi e tollerare l’incertezza.

Difficoltà nella regolazione emotiva

In alcune persone le emozioni possono diventare rapidamente intense; in altre può prevalere il distacco. Possono comparire difficoltà a riconoscere ciò che si prova, esprimere i propri bisogni o tornare a uno stato di calma dopo un conflitto.

Vergogna, colpa e immagine negativa di sé

Quando un bambino non riesce a comprendere il comportamento degli adulti, può attribuire a sé stesso la responsabilità di ciò che accade. In età adulta questo può contribuire ad autocritica, senso di inadeguatezza, perfezionismo o timore di essere “smascherati” nonostante le proprie competenze.

Evitamento e isolamento

La distanza emotiva o sociale può diventare un modo per ridurre il rischio percepito di essere rifiutati, controllati o feriti. A breve termine protegge dal disagio; nel tempo può limitare vicinanza, sostegno e possibilità di costruire legami soddisfacenti.

Maggiore vulnerabilità psicologica

Le esperienze avverse infantili sono associate, a livello statistico, a un rischio maggiore di ansia, depressione, sintomi post-traumatici, uso problematico di sostanze e altre difficoltà. Si tratta di associazioni probabilistiche: non significano che una persona svilupperà necessariamente un disturbo.

Ripetizione di schemi relazionali familiari

Alcune persone possono ritrovarsi in relazioni che ricordano dinamiche vissute nell’infanzia. Non accade perché desiderino soffrire, ma perché ciò che è familiare può apparire più riconoscibile e prevedibile, anche quando è doloroso. Questa è soltanto una possibile chiave di lettura e non deve essere usata per colpevolizzare chi vive una relazione abusante o manipolatoria. La responsabilità dei comportamenti violenti o svalutanti resta sempre di chi li mette in atto.

Dalle strategie infantili alle difficoltà adulte

Adattamento originario Come può manifestarsi oggi Bisogno sottostante
Monitorare continuamente gli adulti Ipervigilanza, gelosia, ricerca di rassicurazioni Prevedibilità e sicurezza
Non esprimere i propri bisogni Compiacenza, difficoltà a dire di no Evitare conflitti o rifiuti
Fare affidamento soltanto su di sé Distanza emotiva, difficoltà a chiedere aiuto Autonomia e controllo
Spegnere o nascondere le emozioni Distacco, difficoltà a nominare ciò che si prova Ridurre il sovraccarico
Cercare di non commettere errori Perfezionismo, autocritica, paura del giudizio Conservare accettazione e stabilità

Come il trauma infantile influenza le relazioni interpersonali

Le prime relazioni contribuiscono alla formazione dei modelli operativi interni (Internal Working Models), cioè delle aspettative attraverso cui interpretiamo la disponibilità degli altri e il nostro valore nelle relazioni. Questi modelli possono influenzare la vita adulta, ma non sono immutabili e non dipendono esclusivamente dall’infanzia.

Negli studi sull’attaccamento adulto, l’insicurezza viene spesso descritta attraverso due dimensioni principali: ansia di attaccamento ed evitamento dell’intimità. Le esperienze di maltrattamento infantile risultano associate, in media, a entrambe, ma la relazione è moderata e non deterministica.

Un trauma infantile altera profondamente questi modelli e può associarsi a diverse configurazioni di attaccamento insicuro nell’adulto:

  • Attaccamento ansioso: spinto dalla paura cronica dell’abbandono, l’adulto sviluppa una forte dipendenza affettiva, un bisogno smisurato di rassicurazioni e un’ipersensibilità a ogni minima fluttuazione nella vicinanza del partner.

A proposito, se stai cercando uno psicologo per ansia a Bologna puoi prenotare un appuntamento con me.

  • Attaccamento evitante: per difendersi dal dolore del rifiuto o dalla delusione, la persona, crescendo, impara a fare affidamento esclusivamente su di sé. Le relazioni intime vengono percepite come una minaccia alla propria autonomia; di conseguenza, l’adulto tende a chiudersi, a intellettualizzare le emozioni e a fuggire quando il legame si fa troppo profondo.
  • Attaccamento disorganizzato: negli studi di Mary Main e Judith Solomon questa configurazione viene descritta come il residuo più complesso del trauma infantile, spesso legato a caregiver che erano contemporaneamente fonte di paura e di protezione. Nell’adulto si manifesta con il drammatico paradosso del “voglio avvicinarmi ma ho terrore di farlo”: le relazioni oscillano tra la ricerca disperata di fusione e il terrore improvviso dell’intimità, portando a dinamiche relazionali altamente caotiche e dolorose.

Trauma infantile, comunicazione e conflitto di coppia

Quando un disaccordo viene percepito come una minaccia, la persona può reagire attaccando, ritirandosi, compiacendo l’altro oppure cercando rassicurazioni immediate. Nella coppia questo può tradursi in escalation dei conflitti, silenzi prolungati, difficoltà a esprimere bisogni, controllo o interpretazioni rapide delle intenzioni del partner.

Il punto non è attribuire ogni difficoltà relazionale al trauma infantile. Diventa utile approfondire quando le reazioni sono ricorrenti, poco flessibili, molto intense e continuano a compromettere rapporti altrimenti sicuri.

Il trauma infantile non determina il futuro

Gli effetti delle esperienze avverse non dipendono soltanto da ciò che è accaduto. Relazioni affidabili con adulti significativi, sostegno sociale, possibilità di comprendere l’esperienza, competenze di regolazione emotiva e accesso a cure adeguate possono attenuare il rischio.

Anche nell’adolescenza e nell’età adulta, esperienze relazionali rispettose e sufficientemente stabili possono contribuire a modificare le aspettative su sé stessi e sugli altri. Parlare di trauma infantile significa quindi riconoscere una vulnerabilità possibile, non definire in modo irrevocabile l’identità o il futuro della persona.

Il percorso di cura dal trauma infantile

Un cambiamento significativo è possibile anche in età adulta, ma non esiste un percorso identico per tutte le persone. Il primo passo consiste nel valutare i sintomi presenti, il funzionamento quotidiano, le condizioni di sicurezza, le risorse disponibili e gli obiettivi della persona.

In presenza di PTSD o di sintomi post-traumatici clinicamente rilevanti, le linee guida raccomandano interventi focalizzati sul trauma, tra cui la terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma e l’EMDR. Nei quadri più complessi può essere necessario integrare il lavoro sui ricordi con interventi dedicati alla stabilizzazione, alla regolazione emotiva, alla vergogna e alle difficoltà relazionali.

A seconda della formulazione clinica, il percorso può aiutare a:

  • riconoscere le situazioni che riattivano reazioni apprese;
  • aumentare la capacità di regolare le emozioni e l’attivazione corporea;
  • lavorare su colpa, vergogna e convinzioni negative su di sé;
  • sviluppare confini personali e modalità comunicative più flessibili;
  • elaborare le esperienze traumatiche quando sono presenti condizioni sufficienti di stabilità e sicurezza.

Obiettivi, strumenti, durata ed esiti del percorso dipendono dalla storia personale e dal quadro clinico individuale.

L’approccio clinico avanzato alla cura del trauma: il modello TIST (Trauma-Informed Stabilization Treatment) di Janina Fisher

Nel trattamento delle conseguenze del trauma infantile e relazionale, soprattutto quando sono presenti dissociazione, disregolazione emotiva, vergogna intensa o conflitti interni, può essere utile integrare il TIST (Trauma-Informed Stabilization Treatment), modello sviluppato dalla psicologa clinica Janina Fisher. Il TIST è un approccio informato sul trauma, orientato per fasi e basato sul lavoro con le parti di sé. Integra contributi della psicoterapia sensomotoria, dell’Internal Family Systems, dell’ipnosi clinica, della mindfulness e della ristrutturazione cognitiva.

Uno degli aspetti centrali del modello consiste nel rileggere alcuni sintomi e comportamenti problematici come risposte protettive apprese in condizioni di pericolo, anziché considerarli difetti di carattere o segni di scarsa volontà. Ipervigilanza, evitamento, distacco dissociativo, autocritica o bisogno di controllo possono avere avuto, in origine, la funzione di proteggere la persona da esperienze emotive percepite come insostenibili.

Nel linguaggio del TIST, le “parti” non devono essere necessariamente intese come personalità separate, ma come stati interni che conservano emozioni, convinzioni e modalità difensive differenti. Una parte può continuare a sentirsi impaurita, vulnerabile o abbandonata, mentre un’altra può cercare di evitare il dolore attraverso il controllo, il perfezionismo, la distanza emotiva o la critica verso sé stessi. Il lavoro terapeutico aiuta la persona a osservare questi stati con maggiore consapevolezza, senza identificarsi completamente con essi e senza combatterli.

Il TIST non richiede di iniziare immediatamente dalla ricostruzione dettagliata dei ricordi traumatici. Il percorso attribuisce inizialmente particolare importanza alla stabilizzazione, alla sicurezza, alla capacità di riconoscere l’attivazione emotiva e alla costruzione di una relazione più compassionevole con le proprie risposte protettive. Il modello completo comprende successivamente il lavoro sulle memorie traumatiche e sull’integrazione psicologica e corporea, rispettando la disponibilità, il consenso e la finestra di tolleranza della persona.

L’obiettivo non è eliminare o mettere a tacere le parti considerate problematiche, ma favorire una maggiore collaborazione interna, ridurre vergogna e autocritica e sviluppare modalità più flessibili di regolazione emotiva e relazione. L’impiego del TIST deve comunque essere inserito in una formulazione clinica individuale, valutando sintomi, risorse, condizioni di sicurezza e obiettivi terapeutici.

Molti pazienti arrivano in terapia provando un profondo odio verso sé stessi o un forte senso di colpa per le proprie reazioni emotive (“Perché vado in panico?”, “Perché perdo il controllo?”). Il modello TIST trasforma radicalmente questa prospettiva per:

  • Riconoscere i sintomi come messaggi: i flashback, l’ansia acuta, la chiusura relazionale o la rabbia improvvisa vengono letti come comunicazioni implicite provenienti da parti ferite o protettive.
  • Favorire la stabilizzazione somatica e la regolazione del sistema nervoso: prima di qualsiasi elaborazione del trauma, il TIST enfatizza la necessità di ristabilire una solida stabilità interna. Attraverso la consapevolezza corporea (mindfulness orientata al trauma), il paziente impara a riconoscere i segnali di attivazione del sistema nervoso e a rimanere all’interno della propria finestra di tolleranza.
  • Sviluppare un attaccamento interno sicuro: il terapeuta guida l’adulto a sviluppare una posizione di “Sé osservante” o leadership compassionevole. Invece di combattere le proprie reazioni, il paziente impara a trattare le parti spaventate con curiosità e compassione, costruendo una relazione interna di cura e validazione che sostituisce la critica e la vergogna.

Se ti riconosci in queste dinamiche e senti che il passato sta condizionando in modo significativo il tuo benessere o la qualità delle tue relazioni, intraprendere un percorso psicologico può rappresentare il primo passo fondamentale per riappropriarsi della propria storia e del proprio futuro.

Puoi recuperare l’articolo interamente dedicato alla terapia del trauma a Bologna con il metodo TIST e prenotare il tuo primo appuntamento con me.

Quando può essere utile chiedere aiuto per il trauma

Può essere utile richiedere una valutazione professionale quando:

  • paura, vergogna, rabbia o distacco emotivo persistono;
  • evitamento e bisogno di controllo limitano la vita quotidiana;
  • compaiono ricordi intrusivi, incubi o episodi dissociativi;
  • le stesse difficoltà relazionali si ripetono e provocano sofferenza;
  • diventa difficile mantenere confini, fiducia o intimità;
  • il disagio interferisce con sonno, lavoro, relazioni o autonomia.

Una valutazione serve a comprendere le difficoltà attuali e le loro possibili cause. Non ogni problema relazionale dipende da un trauma infantile e non ogni esperienza avversa determina un PTSD.

FAQ

Che differenza c’è tra un trauma di tipo I e un trauma relazionale complesso?

La distinzione proposta da Lenore Terr descrive il trauma di tipo I (Type I trauma) come legato soprattutto a eventi singoli e improvvisi e il trauma di tipo II (Type II trauma o developmental trauma) come associato a esperienze ripetute o prolungate. In alcuni casi, queste ultime possono contribuire allo sviluppo di conseguenze traumatiche complesse. Si tratta di una classificazione descrittiva e storica, che non corrisponde, da sola, a una diagnosi clinica attuale. L’espressione “trauma evolutivo” viene invece utilizzata per descrivere gli effetti possibili delle esperienze avverse avvenute durante lo sviluppo.

Perché continuo a sabotare le mie relazioni amorose anche quando il partner è affettuoso?

Questo comportamento può affondare le radici nella coazione a ripetere e nei nostri modelli operativi interni. Se nell’infanzia l’amore è stato associato all’imprevedibilità o al rifiuto, la persona può arrivare a percepire l’intimità nelle relazioni amorose come potenzialmente pericolosa anziché come un rifugio sicuro. Di conseguenza, può sentirsi attratta da partner che ripropongono dinamiche familiari dolorose oppure mettere in atto strategie di evitamento o reazioni riconducibili all’attaccamento ansioso quando il legame diventa più profondo.

Come influisce il trauma infantile sul corpo e sul sistema nervoso dell’adulto?

Il trauma infantile riscrive i nostri sistemi neurobiologici di sopravvivenza. Un ambiente imprevedibile mantiene cronicamente attiva l’amigdala (il nostro radar per il pericolo), lasciando in stato di affaticamento la corteccia prefrontale. Nell’adulto, questo si manifesta sul piano somatico con risposte di allerta costante, tachicardia, oppressione al petto di fronte a minimi stimoli (trigger), oppure con il fenomeno opposto: il distacco dissociativo, ovvero un congelamento o un’anestesia emotiva totale in cui il corpo si spegne per non sentire il dolore.

Il trauma infantile determina sempre problemi nelle relazioni adulte?

No. Le esperienze traumatiche infantili possono aumentare il rischio di difficoltà nella fiducia, nella regolazione emotiva o nella gestione dell’intimità, ma non determinano automaticamente il futuro relazionale della persona. Gli effetti dipendono da molti fattori, tra cui la durata delle esperienze avverse, l’età in cui si sono verificate, le risorse individuali e la presenza di relazioni protettive. Anche in età adulta è possibile sviluppare modalità relazionali più sicure e flessibili.

Quando è utile rivolgersi a uno psicologo per un trauma infantile?

Può essere utile richiedere una valutazione psicologica per un trauma infantile quando ansia, vergogna, paura dell’abbandono, evitamento dell’intimità, ricordi intrusivi o reazioni emotive intense interferiscono con il benessere, il lavoro o le relazioni. Il colloquio psicologico serve a comprendere le difficoltà presenti e a verificare se siano effettivamente collegate a esperienze traumatiche. Riconoscersi in alcuni sintomi non significa, da solo, avere un disturbo post-traumatico.

Che cos’è il modello TIST (Trauma-Informed Stabilization Treatment) e come funziona?

Il TIST, sviluppato da Janina Fisher, è un modello informato sul trauma che integra stabilizzazione, mindfulness, lavoro con gli stati interni e attenzione alle risposte corporee. Nel linguaggio del modello, le “parti” descrivono stati emotivi e modalità protettive differenti, non necessariamente personalità separate. Il percorso aiuta a riconoscere alcune reazioni come strategie apprese, a ridurre vergogna e autocritica e a sviluppare una maggiore capacità di osservare e regolare gli stati interni. L’impiego del TIST deve essere adattato alla formulazione clinica, ai sintomi e agli obiettivi della persona.

È possibile guarire dai traumi infantili anche in età adulta?

Assolutamente sì. La ricerca neuroscientifica e la pratica clinica confermano che il cervello adulto mantiene una neuroplasticità per tutto il corso della vita. Le ferite relazionali legate ai traumi infantili possono essere curate e riparate all’interno di un nuovo contesto relazionale sicuro, sintonizzato e professionale, come quello offerto dalla psicoterapia. Imparare a riconoscere i trigger, a rimanere nella propria finestra di tolleranza e a integrare le parti di sé può favorire la costruzione di relazioni più sicure e autentiche e una maggiore consapevolezza della propria storia.

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