Usare l’intelligenza artificiale come psicologo non equivale a una psicoterapia. Chatbot come ChatGPT possono aiutare a orientarsi; quando però le domande servono a ottenere continue conferme, la conversazione può alimentare la ricerca di rassicurazione, soprattutto in presenza di ansia o DOC.
In questo articolo mi riferisco soprattutto ai chatbot generalisti utilizzati autonomamente per parlare delle proprie difficoltà. I sistemi sviluppati per interventi clinici specifici e studiati in condizioni controllate richiedono una valutazione distinta.
C’è un’abitudine moderna che, da psicologo, trovo sempre più interessante.
Una persona ha un dubbio, ma non necessariamente un dubbio enorme: può essere qualcosa che riguarda una relazione, una decisione, una sensazione fisica, un disaccordo con un amico, un pensiero che torna, il timore di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Apre un chatbot e scrive di getto usando l’AI come psicologo.
Racconta la situazione, magari aggiungendo molti dettagli. L’AI risponde in modo ordinato, paziente, apparentemente comprensivo. Offre una spiegazione, mette insieme gli elementi, rassicura.
Per qualche minuto funziona.
La persona si sente meglio.
Poi, però, arriva un altro pensiero:
“Sì, però… e se ci fosse un’altra possibilità?”
E allora torna a scrivere.
Aggiunge un dettaglio che prima aveva omesso, prova a formulare meglio la domanda. Chiede una seconda opinione. Poi una terza.
“Ma sei sicuro?”
“E se invece fosse successo questo?”
“Quindi posso stare tranquillo?”
“Ma nel mio caso specifico?”
A quel punto la domanda interessante, dal mio punto di vista, non è più soltanto che cosa ha risposto l’intelligenza artificiale.
È: che cosa sto cercando quando continuo a fare domande? Cosa voglio che mi dica l’intelligenza artificiale?
A volte cerchiamo informazioni o un confronto che ci aiuti a orientarci. Altre volte, invece, cerchiamo una risposta che faccia sparire il dubbio e ci garantisca che non tornerà.
Ed è proprio qui che, soprattutto quando sono presenti ansia o sintomi ossessivo-compulsivi, l’utilizzo dell’AI può diventare psicologicamente interessante.
Perché ci rivolgiamo a un’intelligenza artificiale e la usiamo come psicologo?
Prima di tutto, vorrei evitare una posizione che considero poco utile: quella secondo cui utilizzare un chatbot per parlare dei propri problemi psicologici sarebbe di per sé sbagliato.
Capisco perfettamente perché possa risultare attraente, e anche confortante in certi casi.
Come non ammetterlo: l’AI è disponibile praticamente in qualsiasi momento. Non bisogna prendere un appuntamento, non bisogna aspettare, non bisogna esporsi immediatamente davanti a un’altra persona.
E soprattutto può essere percepita come uno spazio nel quale parlare senza il timore di essere giudicati.
Posso scrivere una cosa che mi vergogno di dire a qualcuno, a chiunque: anche a un estraneo.
Posso cancellare e riscrivere.
Posso raccontare la stessa situazione dieci volte da angolature diverse prendendomi tutto il tempo che mi serve.
Posso fare una domanda apparentemente banale alle due di notte nel pieno di una “crisi” perché non ho bisogno di chiedere preventivamente che mi ascolti.
L’accessibilità aiuta a comprendere l’interesse per questi strumenti. La ricerca ne sta studiando l’impiego nella psicoeducazione, nel supporto e in interventi strutturati. Alcuni studi riportano benefici sui sintomi, ma i risultati vanno interpretati considerando il sistema utilizzato, la popolazione coinvolta, il confronto previsto e la durata dell’osservazione.
Nel 2025, per esempio, uno studio randomizzato su 210 adulti ha valutato Therabot, un chatbot generativo specificamente sviluppato e messo a punto per interventi di salute mentale. I partecipanti presentavano sintomi clinicamente significativi di depressione, disturbo d’ansia generalizzato oppure un elevato rischio clinico per disturbi dell’alimentazione.
Lo studio ha rilevato riduzioni dei sintomi superiori rispetto al gruppo in lista d’attesa e un’elevata percezione dell’alleanza con il chatbot. È un risultato interessante, ma riguarda un sistema specificamente sviluppato e studiato in condizioni di ricerca, non significa che un chatbot generalista (cioè utilizzabile per problematiche profondamente differenti tra loro e con più funzioni) equivalga a uno psicoterapeuta o che sia in grado di trattare qualsiasi problema psicologico.
È importante precisare che il confronto era con un gruppo in lista d’attesa, non con una psicoterapia condotta da professionisti. Lo studio prevedeva inoltre il monitoraggio delle conversazioni da parte del gruppo di ricerca. I risultati non permettono quindi di concludere che un chatbot utilizzato autonomamente sia equivalente a un percorso psicoterapeutico (Heinz et al., 2025).
Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha incluso 26 studi sui chatbot generativi per la salute mentale, di cui 14 trial randomizzati sono stati utilizzati nella meta-analisi. Gli autori hanno rilevato un effetto medio piccolo sulla riduzione dei sintomi, con una notevole variabilità tra gli studi (Zhang et al., 2025).
Sono risultati promettenti, ma non permettono di attribuire la stessa efficacia a qualsiasi chatbot o a qualsiasi problema psicologico. “L’AI può essere utile” non equivale a “l’AI funziona come uno psicologo”.
Quindi sì: ci sono possibilità reali, ma le possibilità, ad oggi, non sostituiscono il lavoro di uno specialista.
Proprio per questo, in quanto psicologo a Bologna, credo sia importante capire come utilizziamo questo strumento.
Ansia, intelligenza artificiale e ricerca di certezze: cosa succede in questo caso?
Immaginiamo due domande di diversa natura.
La prima è:
“Che cos’è un attacco di panico? Quali sono i sintomi più comuni e quali sono le possibilità di trattamento?”
Questa è una richiesta di informazione.
La seconda potrebbe essere:
“Ho accettato una proposta di lavoro dopo aver valutato vantaggi e svantaggi. Ti ho descritto tutte le alternative, ma continuo a pensarci. Considerando anche quest’ultimo dettaglio, puoi assicurarmi che ho fatto la scelta giusta e che non me ne pentirò?”
Qui la funzione della domanda può essere diversa.
Non sto più soltanto cercando informazioni: sto cercando una risposta che elimini l’incertezza e i miei dubbi.
E questa distinzione, nella pratica clinica, è fondamentale.
Quando l’ansia è intensa, possiamo confondere avere informazioni sufficienti per orientarci con sentirci completamente certi.
La conoscenza ci permette di orientarci in una situazione; la certezza assoluta, invece, è qualcosa che nella vita quotidiana raramente possiamo ottenere.
Posso sapere che una certa scelta è ragionevole senza sapere con certezza che sarà quella giusta, ad esempio.
Posso sapere che una relazione ha aspetti positivi senza poter garantire che durerà.
Posso sapere che un pensiero è soltanto un pensiero senza poter ottenere la garanzia che non tornerà.
Posso avere informazioni sufficienti e, allo stesso tempo, continuare a sentire un residuo di dubbio.
Per una persona molto ansiosa, però, quel residuo può essere difficile da tollerare (per questo, spesso, è necessario rivolgersi a uno psicologo per ansia).
Ed è allora che può comparire il bisogno di chiedere ancora.
Il problema, comunque, non è sempre la domanda. È la funzione della domanda.
Questo è uno dei punti che considero più importanti quando parliamo di AI e salute mentale.
Non è la domanda in sé a essere necessariamente problematica.
È la funzione che quella domanda assume per noi.
Se uso l’AI per capire meglio un argomento, organizzare i miei pensieri, preparare alcune domande da portare al terapeuta o ricevere informazioni generali, il suo utilizzo può avere una funzione informativa.
Se invece torno continuamente sullo stesso problema perché ogni risposta mi tranquillizza solo per pochi minuti, qualcosa sta cambiando.
La sequenza diventa:
dubbio → ansia → domanda → rassicurazione → sollievo → nuovo dubbio → nuova domanda.
Il sollievo può essere reale, anche se dura poco. Proprio questa riduzione momentanea dell’ansia può spingerci a cercare un’altra rassicurazione quando il dubbio ritorna.
Il problema è che il sollievo immediato non ci dice necessariamente che il comportamento ci stia aiutando nel lungo periodo.
La letteratura sul reassurance seeking, cioè sulla ricerca ripetuta di rassicurazione, è particolarmente interessante a questo proposito: nelle persone con disturbo ossessivo-compulsivo e altri disturbi d’ansia, la ricerca eccessiva di rassicurazione è stata associata al mantenimento della sintomatologia (Causier et al., 2026). In uno studio basato sui resoconti dei partecipanti, le persone con DOC riferivano un sollievo iniziale dopo la rassicurazione, seguito dal ritorno del disagio e del bisogno di chiedere altre conferme (Salkovskis & Kobori, 2015).
Una ricerca più ampia, condotta su 738 persone con diversi disturbi d’ansia e DOC, ha inoltre trovato che la ricerca di rassicurazione riguarda diverse aree: decisioni, sicurezza delle relazioni, minacce percepite e ansia. La riduzione di questo comportamento nel corso della terapia cognitivo-comportamentale è risultata associata al miglioramento clinico (Rector et al., 2019).
Questi studi riguardano la ricerca di rassicurazione: non dimostrano direttamente che utilizzare un chatbot peggiori il DOC. Offrono però una cornice clinica per comprendere come una conversazione ripetitiva con l’AI possa inserirsi nello stesso meccanismo.
Quello che mi interessa, quindi, non è dire:
“Non chiedere mai niente all’AI.”
È piuttosto chiedersi:
“Sto usando questa risposta per capire qualcosa o per sentirmi finalmente certo?”
Il bisogno di conferme può riguardare anche la disponibilità di una persona importante, come accade in alcune esperienze di ansia da separazione negli adulti. A proposito di ricerca di rassicurazioni, ti invito a leggere il mio articolo dedicato all’ansia da separazione negli adulti.
DOC e intelligenza artificiale: chiedere a un chatbot può alimentare la continua ricerca di rassicurazioni?
Nel DOC, una compulsione non è necessariamente qualcosa di visibile.
Non deve essere per forza lavarsi le mani cinquanta volte o controllare una porta.
Anche le compulsioni possono essere mentali: ripercorrere un episodio, confrontare ricordi o analizzare ripetutamente un pensiero nel tentativo di neutralizzare un dubbio.
In altri casi, la verifica passa attraverso comportamenti come cercare informazioni, chiedere conferme o interrogare ripetutamente un chatbot.
Queste attività non sono compulsioni in sé. Possono assumere questa funzione quando vengono ripetute in modo rigido per ridurre il disagio o ottenere una certezza che continua a sfuggire.
Immaginiamo una persona che abbia il dubbio:
“E se avessi offeso il mio partner senza rendermene conto? Negli ultimi due giorni è stato molto freddo nei miei confronti”
Potrebbe raccontare la conversazione all’AI.
L’AI potrebbe rispondere che, sulla base degli elementi forniti, non sembra esserci nulla di particolarmente preoccupante.
La persona si tranquillizza.
Poi però pensa:
“Sì, ma non ti ho detto che prima avevo usato una certa parola.”
Aggiunge il dettaglio.
Nuova risposta.
Nuovo sollievo.
Poi:
“Però forse il tono con cui l’ho detto era diverso.”
Nuova domanda.
Nuova risposta.
E così via.
A quel punto non siamo più davanti a una semplice ricerca di informazioni.
La conversazione può diventare una sorta di esigenza di controllo esternalizzato.
Il chatbot diventa un interlocutore sempre disponibile al quale delegare la verifica.
La disponibilità del chatbot può facilitare questa ripetizione: possiamo aggiungere dettagli e riformulare la stessa domanda molte volte, ricevendo ogni volta una nuova risposta.
Alcuni sistemi possono segnalare che stiamo tornando sullo stesso dubbio o invitare a interrompere le verifiche. Non possiamo però dare per scontato che riconoscano e gestiscano questo meccanismo in modo coerente nel corso della conversazione.
Questo, ovviamente, non significa che l’AI “causi” il disturbo ossessivo compulsivo.
Significa che, in una persona che presenta già una vulnerabilità alla ricerca compulsiva di rassicurazione, la disponibilità continua di uno strumento capace di rispondere può inserirsi facilmente dentro un comportamento di mantenimento.
La ricerca sul reassurance seeking nel DOC mostra proprio questo paradosso: la rassicurazione può ridurre rapidamente l’incertezza percepita dalla persona, ma proprio questo sollievo può favorire la ripetizione della ricerca di rassicurazioni.
“Ma allora non devo fidarmi delle risposte dell’AI?”
Non è questa la conclusione che trarrei.
Una risposta può essere corretta.
Può essere utile.
Può persino aiutarmi a vedere una situazione da una prospettiva nuova.
Il problema nasce quando trasformiamo quella risposta in una condizione necessaria per poter andare avanti.
Cercare sostegno non significa necessariamente cercare rassicurazione. Dire a qualcuno «Sto facendo fatica, puoi ascoltarmi?» può avere una funzione diversa dal chiedere «Garantiscimi che non succederà nulla». Il punto non è rinunciare all’aiuto degli altri, ma comprendere se quell’aiuto ci sostiene nell’affrontare il disagio oppure diventa una verifica da ripetere finché non ci sentiamo sicuri (Causier & Salkovskis, 2025).
La domanda che suggerisco di osservare è molto semplice:
“Dopo aver ricevuto la risposta, riesco a tornare alla mia vita?”
Oppure:
“Sento che devo fare ancora una domanda prima di poter chiudere la questione?”
Nel secondo caso vale la pena fermarsi, non necessariamente perché l’AI abbia dato una risposta sbagliata ma perché potremmo esserci spostati dal piano dell’informazione a quello della compulsione.
È una differenza sottile, ma clinicamente molto importante.
Chiedere consigli all’AI per il trauma relazionale: perché anche questa è una continua ricerca di sicurezza?
C’è poi un’altra questione che considero altrettanto interessante.
Per alcune persone parlare con un chatbot è sorprendentemente rassicurante non soltanto perché ricevono una risposta, ma perché trovano un interlocutore che appare prevedibile.
Non si arrabbia.
Non interrompe.
Non sembra annoiarsi.
Non fa una faccia strana quando raccontiamo qualcosa di imbarazzante.
Non ci chiede immediatamente di ricambiare la domanda.
Possiamo controllare quanto raccontare e quando interrompere la conversazione.
Per chi ha avuto esperienze relazionali difficili, questo può avere un significato particolare.
Ma qui farei molta attenzione a non commettere un errore frequente: non possiamo dedurre automaticamente la presenza di un trauma dal fatto che una persona preferisca parlare con un chatbot.
Una persona può preferire l’AI perché è comoda o perché desidera parlare senza esporsi direttamente a un’altra persona. Questa sensazione di riservatezza, però, non coincide necessariamente con la protezione dei dati condivisi, che dipende dal servizio utilizzato e dalle sue condizioni.
Oppure ancora perché parlare con una persona reale è più faticoso.
Oppure perché sta cercando informazioni prima di decidere se rivolgersi a un professionista.
Il trauma non si diagnostica osservando una preferenza tecnologica.
Possiamo però porci una domanda interessante: che cosa rende questa modalità di comunicazione così sicura per me?
La ricerca sulla relazione terapeutica nei disturbi legati al trauma sottolinea da tempo l’importanza dell’alleanza, della fiducia e della qualità della relazione nel percorso terapeutico, te lo confermo perché anche io mi occupo di psicoterapia del trauma a Bologna e online.
Una revisione sistematica sugli adulti con esperienze traumatiche ha trovato un’associazione tra aspetti della relazione terapeutica, in particolare l’alleanza, e gli esiti del trattamento (Ellis et al., 2018).
Anche la letteratura più recente sulla sicurezza nella relazione psicoterapeutica considera la sicurezza relazionale non semplicemente come una sensazione piacevole, ma come una condizione che può permettere di affrontare cambiamenti e aspetti difficili dell’esperienza personale.
Questo ci aiuta a capire una differenza fondamentale.
Un chatbot può simulare molto bene alcuni segnali linguistici di ascolto e comprensione.
Una psicoterapia, però, non consiste soltanto nel ricevere frasi empatiche in risposta che sembrano capirti; dunque, una conversazione può sembrare terapeutica senza essere una terapia.
Questo è forse il punto più delicato.
Un buon chatbot può essere sorprendentemente bravo nel riformulare ciò che abbiamo scritto.
Può identificare indizi emotivi in ciò che scriviamo e formulare risposte pertinenti.
Può proporre esercizi.
Può suggerire strategie.
Può utilizzare un linguaggio rassicurante.
Può persino farci sentire compresi.
Anche nello studio su Therabot, i partecipanti hanno riportato valutazioni elevate dell’alleanza con il chatbot (Heinz et al., 2025). Questo dato descrive la loro esperienza percepita; non dimostra, da solo, l’equivalenza con una relazione psicoterapeutica.
Ma una psicoterapia non è semplicemente una conversazione nella quale qualcuno ci dice cose apparentemente sensate.
In un percorso di psicoterapia, ad esempio, io non ascolto soltanto che cosa una persona mi racconta.
Osservo anche come lo racconta, quali temi tornano, cosa evita, cosa cerca da me, che significato attribuisce a ciò che accade, come cambia nel tempo e che cosa succede nella relazione terapeutica.
Posso accorgermi che una domanda apparentemente informativa è in realtà una richiesta di rassicurazione.
Posso scegliere di non rispondere alla domanda nel modo in cui la persona si aspetta, proprio perché rispondere potrebbe rinforzare il meccanismo che la sta facendo stare male.
Posso proporre un lavoro graduale sull’incertezza.
Posso monitorare il rischio clinico.
Posso integrare la storia personale, il contesto, le relazioni e il funzionamento psicologico.
E, soprattutto, posso assumermi una responsabilità professionale rispetto a ciò che faccio.
Questa responsabilità non è un dettaglio.
È una delle differenze fondamentali.
Il limite dell’AI come psicologo: non è soltanto “può sbagliare”
Quando parliamo dei rischi dell’intelligenza artificiale come psicologo, spesso ci limitiamo a dire che potrebbe dare informazioni inesatte.
È vero.
Ma il problema è più ampio.
Un sistema generativo può formulare una risposta con grande sicurezza anche quando la risposta non è corretta o non è sufficientemente contestualizzata.
Può interpretare un sintomo psicologico in modo riduttivo.
Può rafforzare una convinzione che sarebbe invece utile mettere in discussione.
Può assecondare eccessivamente il punto di vista dell’utente.
Può dare una risposta diversa in momenti diversi.
Può non riconoscere adeguatamente una situazione di rischio.
Può inoltre creare un falso senso di familiarità: il fatto che ricordi dettagli della conversazione o utilizzi un linguaggio molto personale non significa che abbia una comprensione clinica della persona.
Chat bot e psicologia: approfondiamo un attimo
L’American Psychological Association, nelle sue indicazioni sull’utilizzo dell’AI per la salute mentale, sottolinea proprio questi limiti: i chatbot possono essere utili per organizzare pensieri e ottenere informazioni, ma non dovrebbero essere considerati sostituti della cura fornita da professionisti qualificati; inoltre non sono strumenti affidabili per formulare diagnosi psicologiche.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato l’attenzione sui rischi legati a informazioni inaccurate, incomplete o distorte, oltre che sulla privacy e sul cosiddetto automation bias: la tendenza delle persone a dare eccessivo peso all’output di un sistema automatizzato (World Health Organization, 2024).
La guida dell’American Psychological Association sull’uso dei consigli generati dall’AI propone una distinzione utile: sentirsi meglio non significa necessariamente migliorare nel proprio percorso.
È una distinzione importante anche fuori dall’AI.
Una compulsione può farci sentire meglio.
Evitare una situazione può farci sentire meglio.
Controllare per la decima volta può farci sentire meglio.
Chiedere a qualcuno “sei sicuro che non sia successo niente?” può farci sentire meglio.
Ma il fatto che un comportamento riduca l’ansia nell’immediato non dimostra che stia risolvendo il problema.
A volte sta semplicemente insegnando al nostro cervello:
“Quando compare il dubbio, devo fare questa cosa per stare bene.”
Se quella cosa diventa interrogare l’AI, il rischio è che il chatbot venga progressivamente incorporato nello stesso circuito.
Dubbio → AI → rassicurazione → sollievo.
E più questo schema si ripete, più può diventare difficile tollerare il momento in cui non abbiamo una risposta.
Quindi l’AI può essere utile?
Sì.
Credo che sarebbe poco serio negarlo.
Può essere utile per comprendere concetti psicologici di base.
Può aiutare a mettere ordine nei pensieri.
Può aiutare a preparare una conversazione con il proprio psicologo.
Può suggerire domande.
Può persino diventare, in contesti adeguatamente progettati e validati, un supporto digitale all’interno di interventi psicologici strutturati.
Possibilità tecnologica e validazione clinica in psicoterapia non sono la stessa cosa
Un sistema può essere straordinariamente sofisticato dal punto di vista linguistico e non avere ancora dimostrato di essere sicuro ed efficace per uno specifico problema psicologico.
Forse, allora, invece di chiederci semplicemente:
“L’AI può fare lo psicologo?”
potremmo farci una domanda più interessante:
“Che cosa sto cercando dall’AI in questo momento?”
Sto cercando un’informazione?
Sto cercando un modo per organizzare i miei pensieri?
Sto cercando un punto di vista diverso?
Sto cercando di capire se è il momento di chiedere aiuto?
Oppure sto cercando, per la quinta volta, quella risposta che dovrebbe finalmente permettermi di non avere più dubbi?
Queste situazioni possono assomigliarsi molto dall’esterno.
Ma psicologicamente sono profondamente diverse.
Nel primo caso, l’AI può essere uno strumento.
Nel secondo, rischia di diventare parte del problema.
E questo non riguarda soltanto il DOC.
Lo stesso meccanismo può comparire nell’ansia di salute, nell’ansia generalizzata, nelle difficoltà decisionali, nelle preoccupazioni relazionali e in tutte quelle situazioni nelle quali la ricerca di certezza diventa una strategia centrale per gestire il disagio.
Ho chiesto a un chatbot di farmi da psicologo: dopo la risposta, cosa succede?
Quando qualcuno mi racconta di utilizzare molto l’intelligenza artificiale per problemi psicologici, non partirei chiedendo semplicemente:
“Quante volte la usi?”
Cercherei piuttosto di capire che cosa succede prima e dopo.
Prima della domanda c’è ansia?
La domanda è sempre diversa oppure ritorna sullo stesso tema?
La risposta produce sollievo?
Quanto dura?
Dopo poco nasce un’altra domanda?
La persona riesce a interrompere la conversazione oppure sente di dover arrivare alla risposta perfetta?
E soprattutto:
dopo aver parlato con l’AI, la persona torna alla propria vita o rimane dentro la ricerca della risposta?
Queste domande sono molto più informative del semplice numero di messaggi.
Perché la questione non è stabilire se parlare con un’intelligenza artificiale sia “buono” o “cattivo”.
La questione è capire che funzione sta svolgendo per quella persona.
AI come psicologo: informazione, sostegno e terapia
Per questo, quando parliamo di AI e psicologia, credo sia utile distinguere almeno tre livelli.
Informazione
L’AI può essere uno strumento per ottenere spiegazioni, definizioni, indicazioni generali e per orientarsi.
Anche a questo livello è importante verificare le informazioni, soprattutto quando possono orientare decisioni sulla salute. Una spiegazione generale non sostituisce una valutazione della propria situazione.
Sostegno percepito
Una conversazione con un chatbot può far sentire una persona ascoltata, accompagnata o meno sola.
Questa esperienza può essere significativa e non va ridicolizzata.
Ma sentirsi ascoltati non significa necessariamente essere valutati clinicamente o essere coinvolti in un processo psicoterapeutico.
Trattamento psicologico
Qui entriamo in un territorio diverso.
Un trattamento richiede una valutazione, una formulazione del problema, obiettivi condivisi, scelta di interventi adeguati, monitoraggio e responsabilità professionale.
Nel caso del DOC, per esempio, esistono trattamenti psicologici specifici, tra cui la terapia cognitivo-comportamentale con esposizione e prevenzione della risposta, nei quali il lavoro non consiste semplicemente nel fornire alla persona risposte alle sue domande (Van Noppen et al., 2021).
Anzi, in alcune situazioni, fornire continuamente la risposta richiesta sarebbe proprio il contrario di ciò che serve.
Imparare a convivere con l’incertezza
Forse è questo il punto che più mi interessa lasciare al lettore.
Molte persone arrivano alla psicoterapia pensando di avere bisogno di trovare la risposta giusta.
“Devo lasciare questa relazione?”
“E se avessi fatto qualcosa di terribile?”
“E se questa sensazione significasse qualcosa di grave?”
“E se avessi davvero quel disturbo?”
“Come posso essere sicuro di non aver sbagliato?”
A volte il lavoro psicologico non consiste nel trovare la risposta definitiva.
Consiste nell’imparare a vivere senza averne una.
Per chi soffre di ansia o DOC, questo può essere particolarmente difficile.
La risposta perfetta promette sollievo. L’incertezza, invece, può fare paura.
Ma se ogni volta che compare un dubbio rispondiamo con una nuova ricerca, una verifica o una richiesta di rassicurazione, rischiamo di rafforzare l’idea che per andare avanti dobbiamo prima sentirci completamente sicuri.
Anche chiedere ripetutamente all’AI «Sto cercando una rassicurazione?» può inserirsi nello stesso meccanismo: cambia la domanda, ma resta il bisogno di ricevere una conferma prima di fermarsi.
Non serve quindi analizzare ogni messaggio per stabilire se abbiamo usato il chatbot nel modo “giusto”. Possiamo invece prestare attenzione a ciò che accade dopo: la conversazione ci aiuta a tornare alla nostra vita oppure ci trattiene in nuove verifiche?
L’obiettivo è poter riprendere una decisione, un’attività o una relazione anche quando rimane un margine di dubbio, senza dover aspettare che l’ansia scompaia del tutto.
Se questo risulta difficile e la ricerca di risposte occupa sempre più spazio, può essere utile parlarne in terapia. Potremo comprendere quale funzione svolge e lavorare gradualmente sulla possibilità di interromperla, senza trasformare anche questo cambiamento in una prova da superare perfettamente.
Quando parliamo di intelligenza artificiale e salute mentale, credo che valga la pena partire proprio da qui: da quanto il suo utilizzo ci aiuta a vivere e da quanto, invece, ci tiene impegnati a cercare la certezza necessaria per farlo.
Sono Luca Morselli, psicologo e psicoterapeuta a Bologna, e svolgo anche psicoterapia online.
Se senti che l’AI, le ricerche online o le continue richieste di conferma stanno diventando un modo per cercare di tenere sotto controllo l’ansia, puoi contattarmi per raccontarmi la tua situazione e valutare insieme se un percorso psicoterapeutico può essere utile.
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